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Assistenza sessuale non è il telepass del sesso

Pubblicato il 08/08/2018

Non è mai questione di temperature hot quando provo ad affrontare certi argomenti che, nel nostro Paese, vengono considerati tabù. Agosto è il mese ideale per affrontarlo o forse sono solo io pronta a parlarne anche qui. In estate ci si sveste, voglio aiutarvi a spogliarvi di alcuni pregiudizi che “rovinano” la convivenza di più mondi differenti.

Uno degli argomenti che mi sta più a cuore, di cui parlo quotidianamente su tutti i miei canali social e non solo, riguarda il recidivo tabù che mette in relazione il sesso al mondo della disabilità. Nessuno riesce a debellarlo, ma attraverso il dialogo, in qualche modo si affrontano le paure e si può cambiare idea o almeno conviverci.

 

In questi giorni ho parlato intensamente dell’assistenza sessuale, una pratica di assistenza alla scoperta del proprio intimo per le persone con disabilità, che in Italia è ancora al bando, non regolamentata, sulla quale si parla ancora poco e spesso male, creando disinformazione ed errori concettuali.

Spesso, quando ci si trova davanti ad una coppia mista composta da una persona diversamente abile ed una persona normodotata si liberano strane idee e considerazioni basate sull’apparenza. Si pensa che una persona con disabilità non possa ambire a costruire un rapporto che vada oltre l’assistenza. Non è più solo questione di conoscere la sottile differenza tra fare l’amore e fare sesso. I pregiudizi ammazzano ogni emozione che merita di essere vissuta o spiegata. Quanto è banale associare la disabilità al concetto di assistenza sessuale, omologando e annoiando definendoci una specie rara senza ambizioni di un orgasmo meritato o mentito, di un amore da preservare o da eliminare. Spesso l’errore è nostro: riconosciamo nell’assistenza sessuale una forma facile per raggiungere l’obiettivo di sentirci appagati, mentre dovrebbe passare il concetto che l’assistenza sessuale è indicata per disabilità gravi o intellettive, nessuna scorciatoia. Fermate questa giostra del tabù, non voglio essere complice di una schiera di persone disabili che, nel pieno delle proprie possibilità, rinunciano a provare, a giocare, ad essere persone. Voglio amare, essere amata, voglio divertirmi ed essere il divertimento, voglio essere come te, come voi. Io lo sono già, ma la comunicazione che si amplifica sull’argomento rovina anni di lotte e rivendicazioni di uguaglianza nella parte in alto a sinistra e in quella sotto all’ombelico.

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