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Odissea bagni accessibili

Pubblicato il 06/08/2018

Dover andare in bagno per chi è in carrozzina è come giocare alla roulette quando punti tutto sul nero ed esce il rosso. Ho una sana invidia per chi è in giro per il mondo e può decidere di andare in bagno liberamente quando gli scappa un’urgenza. Vi scappa, ascoltate lo stimolo corporeo e via decisi ad inforcare un qualsiasi bagno pubblico e liberarvi di tutto, pensieri compresi. La chiamo invidia perché io invece ho allenato il corpo nell’arte dell’attesa, del portare pazienza, del trattenere, perché farla in giro è per gli audaci, per i circensi, per chi ama stare in bilico. I bagni che non sono di casa tua portano con se un bagaglio sociale che potrebbero raccontarci la vita di tutti. Quando varco certe porte, so di entrare, ma non so se uscirò. In certi casi avrei voglia di aver un carro armato di quelli carichi e in una mossa dire: “Adesso aggiusto la situazione!”.

Quando è tutto rosa, riesco ad entrare col mio mezzo carrozzato, ma: o non mi muovo e intraprendo un numero da equilibrista o m’incastro e non so come uscire e mi sembra di essere come Tom Cruise in Mission Impossible. In bagno mi siedo, sono sempre seduta, cambio solo trono, ma il più delle volte è sporco da fare schifo e ho paura di trovare, fuori dalla porta, una sala di decontaminazione. Servirebbe una mappa dei bagni, giusto per non avere sorprese, giusto per capire di poter riuscire a farla come tutti, ma nessuno te lo racconta, sembra un segreto: dagli hotel ai bar le sorprese sono dello stesso colore di ciò che scende con lo sciacquone. Si lascia tutto al caso, dal water alle informazioni, non c’è differenza. Potrebbe sembrare una sofferenza, ma sono arrivata al punto che capita anche che io rida pensando di essere su candid camera. Così trattengo liquidi e non solo, fingo indifferenza, alla fine piango dal dolore. Poi ci sono anche i bagni che sono talmente evoluti che sembrano navicelle spaziali, dall’aspetto quasi ospedaliero, tutti automatizzati, domotici anche nello stimolarci, comodi come salotti, peccato che sul più bello, le luci temporizzate si spengono e ti ritrovi ad improvvisare una simil macarena a mutande calate per ritrovare la luce in fondo al tunnel. Dell’uscita.
Ok la porto a casa.

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